giovedì, maggio 08, 2014

The Blacklist


Spoiler minimi.

Devo delle scuse a James Spader.
Sapevo che era un buon attore, ma non l’avevo mai messo tra i miei preferiti. Non conosco a menadito la sua filmografia, ho visto cinque o sei dei suoi film e manco mi ricordavo che c’era in Wolf. (1)
Perdonami, James. Rimedierò.
Me lo ritrovo in The Blacklist e, al di là di tutto il male che si può dire della serie, appena entra in scena lui lo trovo grandioso. Sarà il personaggio, sarà il contesto, sarà che in questo telefilm recita accanto a dei cuccioli, ma The Blacklist serve a farti capire quanto cazzo è bravo James Spader.
Invece, i capelli di Megan Boone sono più bravi di lei a recitare.
Dentro alla serie c’è qualcosa. L’ho avvertito dal pilot, e ho continuato a percepirlo per tutti gli episodi a seguire. Nonostante tutto, nonostante il fastidioso bipolarismo della narrazione ho dato molto più di una chance a The Blacklist.
Ma ora basta, non ce la faccio più. Con l’episodio 16, Il mio patto di complicità ha fatto ciao ciao ed è andato in Florida a prendere il sole. Addio. Statemi bene.
Nella prima infornata di episodi di The Blacklist c’erano delle cose piuttosto disturbanti per una serie televisiva. Roba rara. Cattiva. Profondamente noir. Veniva introdotto un “mondo criminale” postmoderno, contemporaneo, esagerato. Figo.
La narrazione si divide in due linee distinte e separate.
Il mondo di Reddington, con tutte le sue figate e i suoi segreti.
Okay, va bene, IL segreto con IL maiuscolo è prevedibile quanto le scene di: “Johnny dalla Rubizza Spingarda Scalda Milf Assatanate in Antartide.” Lo è dalla prima puntata. È tanto prevedibile che ti chiedi: ma se a capirlo ci è arrivata anche una casalinga di Voghera ciclotimica, come mai non ci arrivano quei fighissimi agenti dell’FBI?
Fosse ancora vivo J Edgar Hoover li licenzierebbe tutti.
A parte IL segreto, il resto è sempre stato molto interessante, almeno per me. Uno spaccato non consueto sul mondo di Red, uno dei most wanted dell’FBI. I suoi intrallazzi, i suoi contatti, la globalizzazione del crimine di alto livello, sangue, viuuulenza e altre cose.
Accanto a quel lato narrativo c’è il mondo dell’FBI, con tutte le sue logiche legali e procedurali.
Per questioni di sceneggiatura, di caratterizzazione dei personaggi, per banali questioni di capacità attoriali, per diversi e innumerevoli motivi, in The Blacklist quelli dell’FBI, tutti quanti, fanno la figura dei babbazzi.
Babbazzi al cubo, senza però che ci sia una scelta consapevole degli autori nel trasformarli in tanti Roscoe P. Coltraine vestiti da Armani.
Aggiungici la linea narrativa su Tom Keen, il marito discolo, gestita in modo a dir poco surreale, ecco perché all’episodio 18 la serie svacca e deraglia attraversando a tutta velocità il Cassandra Crossing.
No, non c’è un vero e proprio salto dello squalo in quell’episodio lì. Peggio. Almeno il famoso Salto dello Squalo si vedeva, era visualizzato, vedevi davvero Fonzie che saltava lo squalo.
Nell’episodio 18 di The Blacklist succede di peggio. C’è un salto dello squalo per sentito dire.
Un salto dello squalo indiretto, raccontato.
Vabbè.
Purtroppo la mia perversione mi costringe a seguire lo stesso The Blacklist, più che altro per controllare se si avverano tutte le mie previsioni sulla trama orizzontale.
Per ora è andata così, e non lo so mica se è un bene o un male.


(1) Aneddoto personale.
A proposito di Wolf. Durante la conferenza stampa di un editore per cui lavoravo in quel periodo, il direttore editoriale, presentando uno speciale a tema licantropi disse: “blablabla perché secondo noi Wolf è il film dell’anno!”
Ecco. Era il 1994. L’anno in cui uscì il Corvo.
Sì. Quella casa editrice ha smesso di fare fumetti.
No. Quello speciale non era roba mia.











martedì, maggio 06, 2014

Come sopravvivere al GiroPizza.


La pizza, lo sanno tutti, è una di quelle eccellenze italiane che tutto il Mondo ci invidia.
Quello che sanno in pochi, è che il Mondo invidia le nostre eccellenze soltanto mentre si lava i capelli. Poi basta, al primo colpo di phon se ne fa una ragione.
Quindi, per contrastare in maniera italica l'attuale ristorazione urbana che prevede il devastarsi di cibo a un prezzo contenuto, si sono inventati il GiroPizza.
Che cos’è il GiroPizza?
È una roba a metà tra l’all you can eat e l’all inclusive del villaggio turistico. Viene praticato in diversi locali, l’importante è che siano di metrature tra l’enorme e il siderale. Servono spazi ampi, per feste, tavolate, cenoni in compagnia.
Spesso ci può essere il Karaoke, o della musica diffusa a volume medio-discopub, dove in un’area vagamente separata, poi balli. Satollo di pizza.
Di solito funziona che c’è un menù a prezzo fisso. Pizza più la prima bevanda. Caffè e dolci esclusi. Seconda o terza bevanda escluse.
La pizza però, fino a quando non dici basta, continuano a servirtela.
In alcuni posti ci sono anche le palette, tipo Polizia Stradale, che quando non ne vuoi più la giri sul rosso.
Pizza fino a quando non svieni con la faccia dentro una Capricciosa.
Pizza fino a quando non ti rotolano fuori.
I camerieri si alternano,  proponendoti pizza condita e agghindata in modi diversi. La dose che ti viene servita è 1/4 di una pizza normale, o 1/8 di una pizza maxi.Si mangiano fette, quindi.
I clienti più precisini tengono anche il conto, sommando le fette calcolandosi quante pizze intere hanno consumato.
Conosco uno che, in base al prezzo del menù, conteggia quando gli conviene smettere, in base al costo di una pizza intera in una normale pizzeria.
Al GiroPizza l'importante è non avanzare nulla.  Devi spazzolare tutto quello che prendi, pena la fustigazione e un giro di chiglia.
In genere i giropizzari sono gente onesta. Nel senso: non mi è mai capitato che mi venisse proposta a oltranza una pizza con marmellata di lamponi, acciughe e uova crude.
Pizze con condimenti pensanti sì, ma comunque cose accettabili: patatine fritte, scarmozone mannaro, cozze all’aglio. Rimane il fatto che puoi sempre dire: “no, grazie” e aspettare la Margherita.
Perchè puoi saltare dei giri, aspettando la fetta di pizza che ti piace di più.
Non mi è mai capitato l'obbligo di prendere tutto quello che ti viene proposto. Anche perchè presumo che non sia corretto o legale.
Il "problema" al GiroPizza non è quasi mai la pizza. Anche perché per fare male la pizza ti ci devi impegnare parecchio, fai prima a farla tra il bene e l’accettabile.
Quindi dove sta l’inghippo? Perché un’altra delle eccellenze italiane è che c’è sempre un inghippo, no?
La questione è nella rapida successione di diverse intense sapidità. Assumi parecchio sale. Tanto sale sotto forma di diversi condimenti. Dai gorgonzoli alle pancette, dagli insaccati affumicati ai provoloni.
Una fetta con speck e scamorza, seguita da una con zucchine e pancetta, poi magari una con i peperoni e poi una con gorgonzola e noci, può creare qualche problema di sete.
Se vuoi sederti al un GiroPizza e farlo chiudere con il pizzaiolo in lacrime, il consiglio è quello di evitare le bevande che di solito si bevono con la pizza. Birra o Coca, no. Meglio acqua, meglio ancora se liscia. Bevi con moderazione che sennò la pasta della pizza ti si gonfia subito nel pancino e molli al quarto giro.
Presumo che la massiccia presenza di condimenti forti e salati sia un sistema per farti prendere qualche bevanda in più, e farti mollare dopo un po’.
Perché di Margherita ne puoi mangiare anche un container, ma di ricotta di gesso e ciccioli forse no.
A mio avviso, uno dei migliori GiroPizza milanotti è il Tropi e Co. di Viale Ortles 31.
Pizza molto buona, partendo proprio dalla qualità dell’impasto, supportata poi da una gestione assennata dei condimenti.
Personale gentile, posto carino. Vacci a fammi sapere.
Sappi comunque che non puoi battere un GiroPizza. Te lo dice uno che ha fatto chiudere la cucina di un ristorante Giappo all you can eat
Vincerà la pizza, sempre. Come il banco a Las Vegas.

giovedì, aprile 24, 2014

Cosa mangiare al ristorante giapponese se ti fa schifo il sushi.


Capita. A qualcuno capita spesso. I tuoi amici sono tutti sushi-dipendenti, ti invitano per una cena in compagnia e a te il pesce crudo fa schifo.
Quindi, niente sushi, sashimi e compagnia bella.
Ecco una pratica guida di quello che puoi mangiare in un ristorante giapponese se il pesce crudo ti fa ribrezzo.
Nota per le cinture nere di sushi: questa guida è settata su un ristorante di medio livello che puoi trovare in Italia. Non è basata sul ristorante giapponese imperiale dove mangia lo shogun Mitsu Kunimito. A seguire ci sono i piatti non di pesce crudo che puoi trovare in un comune ristorante giapponese dei nostri, spesso gestito da cinesi, altrettanto spesso all you can eat. Non ho incluso le pietanze e le portate rare e particolari che qui da noi puoi trovare soltanto in ristoranti giappi indicati sulla Guida Naruto.
In più, nei giappo nostrani sono serviti anche dei piatti cinesi, che qui non prendo in considerazione.

Edamame.
Verdissimi bacelli di soia lessati. Li apri e mangi il fagiolo di soia che c’è dentro.
Come sono? Secondo me sono neutri. È come mangiare un cecio o una fava bollita.

Tofu.
Il Tofu è neutro, altrimenti non sarebbe Tofu. Tutto dipende da come e con cosa viene condito.
La sua consistenza a qualcuno può dare un po’ fastidio, diciamo che può ricordare una nostrana panna cotta un po’ più stagna.

Harumaki.
Si potrebbero definire come la versione nipponica degli involtini primavera. Sono più piccoli, e di solito sono accompagnati con una salsina piccantina.
Buonini, ma fritto è buono anche il biglietto dell’autobus.

Alghe Wakame.
Non so te, ma io non mi sveglio al mattino dicendo:
- Ah! che voglia di mangiarmi un bel piattone di alghe!
Per me, le alghe stano bene dove sono, tra gli scogli.
Magari sono il cibo più sano dell’universo, ma anche no, grazie.
Mangiare le alghe Wakame è come masticare un groviglio di lenze da pesca, dal persistente sapore di acquario.
La versione piccante: Gomae Wakame, è uguale, ma mentre lo mangi, una donna nel panico ti spruzza in bocca dello spray urticante.

Zuppa di Miso.
Il Miso è pasta di soia fermentata, elemento principale del piatto. Poi ci aggiungi un po’ di Dashi, brodino di pesce, e un po’ di alga Kombu. In questa base si tuffano dei cubetti di Tofu e dei vegetali a seconda della stagione.
Il risultato è una zuppa che può essere tiepida, oppure della stessa temperatura di una supernova, che ti viene servita dentro un ciotolino.
Com’è? Dipende. E purtroppo credo dipenda dal prodotto già cotto e congelato e lanciano nel microonde prima di servirtelo. Dipende anche se il Dashi è un “dado” tipo il nostro e dalla sua qualità.
A volte, in alcuni locali è ottimo, altre volte già dall’odore ti domandi come mai non stai per arrotolare degli spaghetti alla carbonara nella trattoria di Gigi il Troione.

Osumashi.
Più o meno uguale, ci si aggiungono dei gamberetti e del pollo.

Riso Gohan.
È il riso bianco, bollito.
Ospedaliero.

Soba.
Spaghettini di grano saraceno, scuri, si mangiano caldi o freddi, a seconda.
Possono essere anche in brodo.
Diventano la base del piatto che può essere composto in molti modi diversi e di conseguenza, può avere nomi differenti. Quello che rimane uguale è il suffisso Soba.
Quindi: verdurine, carne, pesce cotto, gamberetti, piccanti non piccanti, con dentro anche della roba in tempura, oppure no.
Di solito, quelli che non mangiano pesce crudo e vengono trascinati in un ristorante giappo si abbuffano di Soba.
Generalmente, anche negli all you can eat più estremi, non sono male.

Udon.
Stesso principio di Soba, ma si tratta di spaghetti di grano tenero, per cui sono chiari.
Sono più cicci rispetto ai Soba, diciamo grandi più o meno quanto un nostro bucatino, ma senza il buco dentro.
A volte risultano un po’ viscidini.
Come per i Soba, loro sono la base e poi ci si mette attorno un po’ di tutto. Quello che rimane è il suffisso Udon.
Vale lo stesso discorso fatto prima per i Soba.

Ramen.
Spaghettini ini ini di pasta all’uovo, serviti in un brodo di lava fusa.
La zuppa di magma liquido può essere a base di carne o di pesce, con verdure o con curry. Puoi aspirarli rumorosamente, è consentito.
A volte, per venire incontro ai gusti occidentali che prevedono di nutrirsi con pietanze dalla temperatura inferiore ai 190 gradi, vengono serviti asciutti, senza brodo.
Ricordano gli spaghetti di riso cinesi, meno stopposi.

Nota per i master di susheria: Lo so che gli Udon, i Soba e i Ramen nella cucina tradizionale giappa vera sono un'altra cosa, giocano in un altro campionato e hanno dei presupposti completamente diversi. Qui, genericamente, funziona come ho scritto sopra.

Yakitori.
Simpatici spiedini di pollo, con una spolverata di sesamo e salsa Teriyaki.
(la salsa Teriyaki è composta da soia, sakè, zucchero e miele. Calda)
In genere lo spiedino servito qui da noi è fatto con il petto di pollo. Mi dicono che in giappolandia ci siano diversi tipi di Yakitori a seconda della parte del pollo utilizzata.
Buoni. Uno dei miei piatti non di pesce preferiti.

Tutto quello che finisce con Don.
Don è l’abbreviazione di Donburi, che significa scodella. Indica una serie di pietanze cotte, servite su una base di riso bianco. Don diventa un suffisso.
Carne, pesce, verdure, uova, cotte in modi diversi abbinate in modi diversi, servite in un ciotola con sotto del riso.
A volte, tanto tanto riso.
Tra i vari Don, i più serviti qui da noi sono:
Katsudon.
Una cotoletta di maiale, fritta, tagliata a fettine, con aggiunta di uovo su base di riso.
Patto maschio, sostanzioso. Attenzione, l’uovo non è mai cottissimo.
Tendon.
Gamberi in tempura e riso.
Kakiagedon.
Gamberi e verdure fritte, tagliate sottili. E riso.
In genere è buono, soddisfacente e nutriente. Accoppiato a un piatto di pasta ti può far sopportare la vista dei tuoi amici che si strafogano di pesce crudo.

Tamago.
Frittata. Non è facile da trovare, ma in alcuni locali la fanno.
La frittata giappa è quadrata, ed è usata in modo grafico, servita a cubetti.

Tempura.
Roba fritta in pastella. Gamberi, gamberetti o verdure.
Essendo fritto, ed essendo fritto tanto, tutto dipende da dove stai mangiando.
Diciamo che, in un all you can eat da 5 euro, eviterei di prendere qualsiasi cosa in Tempura.
In un locale di medio livello, dove l’olio è veramente olio e non è una sostanza oleosa non ben identificata, la Tempura è buona.
Deve essere croccante e la pastella non deve svenire via dall’alimento che circonda.
Se capita, scappa.

Hossomaki, Uramaki, Futomaki, Temaki.
Ovvero: Rotolo piccolo con alga esterna, rotolo medio con riso esterno, rotolo grande con alga esterna e cono di riso con alga esterna.
Si fanno non solo con del pesce crudo, ma anche con altri ingredienti che magari ti piacciono. Cambia il nome e la forma, ma non l’ingrediente principale.
Maguro Cotto.
Hossomaki, Uramaki, Futomaki o Temaki fatto con il tonno della scatoletta.
Philadelphia.
Come sopra, ma con avocado e formaggio Philadelphia.
California.
Come sopra, ma con surimi, avocado e maionese.
Kappa.
Con i cetrioli. Ti piacciono i cetrioli? A me no.
Ebi.
Come sopra. Ebi significa gamberetto, e in genere tutti gli Ebi sono cotti.
Ebiten.
Stessa solfa, ma il gambero prima viene fritto.

Maki fritto.
Un rotolo, che può essere Ossomaki, Uramaki o Futomaki, che viene fritto.
A quel punto, puoi prendere anche un Maki in origine con pesce crudo, che la frittura lo cuoce. Nei posti medio-sfigati, il maki fritto è di salmone.
(I posti medio-sfigati sono un tempio in onore del salmone)

Teppan.
Ovvero: grigliato.
Se vedi scritto Teppan significa che quella tal cosa viene grigliata.
Per cui, se Tori significa pollo, Tori Teppan sarà?
Okay, ci siamo capiti.
A volte, con un salto mortale triplo, viene proposto un pollo grigliato chirashi.
Ovvero del pollo grigliato su base di riso.

Shabu-Shabu.
Equivalente giapponese della bourguignon, dove la carne viene cotta in un pentolino con sotto un fornello direttamente sul tuo tavolo.
Di solito si tratta di carne di maiale, vitello o manzo che viene lessata in un brodo leggero.
Conviviale e divertente, come la versione franzosa.

Mancano i dolci.
Che poi sono delle robe a base di fagioli Azuki o tipo un budino fatto di uova.
Buoni, ma in genere non si prendono mai.
Comunque mi è venuta fame.
Vado.
Di sicuro manca ancora qualcosa, semmai aggiungo in seguito.


Barry Weiss, il mio eroe.


Barry Weiss è il mio preferito tra tutti quelli che fanno Affari al Buio.
(In teoria dovrei avere una certa stima per i tabbozzi in canotta, ma proprio non ce la faccio...)
Mi piace come si veste Barry, ha un parco macchine invidiabile ed è l’unico secondo me ad avere un sacco di stile.
Tra le sue auto, la mia preferita è la Cadillac customizzata nera con le fiamme del 1946, e al secondo posto si piazza il furgone pick up rosso Ford del 1940.
Tutta la collezione motorizzata di Barry la puoi vedere cliccando qui.
Non ho trovato un sito con la gallery delle sue camicie, meno male. Altrimenti ci passavo due ore a scegliere la mia bi-colore preferita.
Insomma, poche ciance: quando sarò vecchio voglio essere come Barry Weiss.
Pelato, ma come Barry Weiss.
Nato nel 1951, spesso confuso con il suo omonimo produttore musicale, Barry è un collezionista, un tipo eccentrico, diventato famoso con Affari al Buio.
Il suo patrimonio è stimato in circa 8 milioni di dollari, ma non li ha messi assieme con il programma televisivo, arrivano dall’azienda che aveva con il fratello Joey, la Northern Produce. Vendono frutta e verdura in California.
Barry ci ha lavorato per 25 anni, poi ha ritirato la sua quota e adesso si gode la vita.
Collezionando roba.
Frutta e verdura non sono state il suo unico business. In passato ha bazzicato il mondo del glam rock, facendo il produttore.
Anni 80. Spalline. Capelli lunghi.
Eccolo qui.


Lui è quello a sinistra. La tipa censurata a destra non ho idea di chi sia e del perchè gli hanno messo il rettangolo di Cronaca Vera sulla faccia.
Quindi, Barry non è figo soltanto adesso.
È sempre stato figo.
Ecco perché è il mio eroe.

mercoledì, aprile 23, 2014

Una domanda...


Una volta...


Una volta, la prima volta che sono andato ad Angoulême, ho incontrato Moebius in cartoleria. Comprava dei pennelli.

Una volta, la prima volta che sono andato a Lucca Comics, ho incontrato Milazzo in cartoleria. Faceva delle fotocopie.

Una volta, a Londra, ho aiutato un tassista abusivo a programmare il navigatore perché non sapeva le strade.

Una volta, quando si usava ancora la carta, è venuto un corriere della casa editrice a prendere la sceneggiatura che dovevo consegnare. Avevo fatto nottata, non ero ancora andato a letto e la casa era uno schifo. Non dimenticherò mai lo sguardo carico di rimprovero e disappunto di quel signore.

Una volta, conoscevo uno che veniva chiamato: Lo Scienziato, per dei motivi penalmente perseguibili che qui non dirò.

Una volta suonavo il basso.

Una volta avevo una Vespa. Una delle prime con il cambio automatico, comprata usata.
La partenza da fermo era così problematica che dovevo spingere con i piedi.

Una volta, era forse il 93 o il 94, sono andato a trovare un amico e gli ho riempito una parete di Post It su cui avevo scritto dei memo surreali tipo: ricordati di cambiare l’acqua all’ippogrifo, o: dopodomani cade la scacchiera. Ho consumato un blocchetto intero.

Una volta mi sono addormentato al decollo al JFK e mi sono risvegliato a Madrid, con una fame titanica, incazzato nero perché non mi avevano svegliato per la cena.

Una volta ho trovato per terra cinquemilalire e le ho spese tutte in sala giochi con Operation Wolf. Anni dopo, ho giocato ancora a Operation Wolf e l’ho terminato con un unico gettone.

Una volta ho mangiato quello che a me sembrava un barattolo di trippa del discount, ho notato dopo il pastore tedesco che c’era sull’etichetta.

Una volta una che filavo ha preferito limonare con uno che di cognome faceva Gobbo.
Ha condizionato parecchio la mia adolescenza.

Una volta avevo un soprannome e in pochissimi conoscevano il mio nome e tantomeno il mio cognome. Ecco perché ho la fedina penale pulita.

Una volta, la mia macchina preferita, quella che avrei voluto comprarmi da grande, era la Ford Capri.

Una volta, a militare, ho massacrato di botte uno perché, per noia, aveva ucciso un cagnolino randagio usando una pala.
Programmai l’agguato con cura e il bastardo non fu mai in grado di riconoscere il suo aggressore.

Una volta ho accettato un lavoro dicendo di sapere benissimo l’inglese.
L’inglese l’ho imparato facendo quel lavoro.

Una volta ho tenuto un segreto così a lungo che alla fine non me lo ricordo neanche più.

Una volta dormivo di giorno e lavoravo e vivevo di notte. Dicevo di seguire il fuso orario indonesiano.

Una volta, per scherzo, ho abbonato un mio compagno di classe a tutto quello a cui potevo abbonarlo inviando cartoline prestampate, indicando il suo nome, il suo cognome e il suo indirizzo.
Sono passati quasi trent’anni e spero che sia riuscito a disdire tutto.

Una volta, io e altri due, accettiamo un invito e andiamo a un rave party illegale poco fuori Milano. Ci dicono più o meno dove si terrà, e partiamo. Nella notte, senza sapere la destinazione esatta, solo un: “più o meno laggiù”.
Niente cellulari, niente navigatori, non esistevano ancora.
Percorriamo la strada nottetempo, guardandoci in giro. Attorno a noi la campagna lombarada.
Capannoni, cascine, posti giusti per un rave. A destra, scorgiamo delle luci e una stradina sterrata che conduce dove ci sono quelle lucine. Blu.
- saranno le luci del rave!
Dice uno.
Ci infiliamo nella stradina e ci avviciniamo.
Una stradina stretta, buia, nessuna luce in giro, tranne quelle lucine blu che si vedevano all’orizzonte.
Erano le luci delle camionette dei Carabinieri che portavano via la gente.
Ho spento al volo i miei fari, e ho fatto la stradina in retro, a tutta velocità, con il rischio di finire nei fossi.

Una volta, ero sinceramente convinto che due ragazze mi avessero invitato a casa loro per coinvolgermi in un ménage à trois.
Invece, avevano dei mobili da spostare.

martedì, aprile 22, 2014

T-Shirt del Lunedì, 18.


Questa l'ha fatta Officina Infernale!
E con questa maglietta, una volta, ho anche cuccato. A Londra.
Ovviamente era una signora di una certa età che mi ha detto:
- non ho mica paura della tua maglietta!
Il mio appeal verso le sicure valica anche i confini nazionali.






Su Garden.


Il posto è fighissimo. Con i jeans sdruciti e la maglietta di Spider-Man, forse puoi sentirti un po’ a disagio.
Dato che sono un fottuto esterofilo, l’arredamento e l’atmosfera in generale mi ha ricordato parecchio il Thai Square di Londra. Il che è un bene, dato che quel locale londinese ha vinto un botto di premi per il design degli interni.
Lo dico subito, il conto che ti portano a fine pasto al Su Garden non è economicissimo. Quindi è un locale dove andare una volta ogni tanto, mica sempre. Comunque sia, sono fermamente convinto che non si possa sempre mangiare lammerda delle wokkerie all you can eat. Va bene, sì, è divertente mangiare secchi di roba a nove euro e novanta più le bevande, ma lo sappiamo tutti (forse) quello che stiamo mangiando e la sua conseguente qualità. Spero di non essere il primo a dirti che in quei posti siamo molto vicini ai confini dei limiti legali. Semmai un giorno, sotto falsa identità, ti dirò tutto quello che so.
L’importante è sapere quello che si sta mangiando. Io per primo devo essere portato via dalle forze speciali quando vado in un all you can eat, ma sono consapevole di quello che sto mangiando.
Fatto sta che ogni tanto devi trattarti bene. Ogni tanto devi mangiare bene. Ogni tanto devi mangiare benissimo, come si mangia al Su.
Il Su Garden è un ristorante asian fusion. Piatti cinesi, tailandesi, asiatici nel senso più ampio, cucinati e serviti come si deve. La cucina giapponese non è presente. Niente sushi, sashimi e via discorrendo. (Se sei in quella zona e vuoi mangiare del sushi, consiglio di fare cento metri a piedi e andare all’Endo in via Vittor Pisani)
Il Su Garden è il posto dove porterei qualcuno che vuole assaggiare per la prima volta la cucina asiatica.
La differenza tra la galassia degli all you can eat a novenovanta è tutta nella qualità degli ingredienti e nel modo in cui i piatti sono cucinati e serviti.
Non serve un esperto in cucina asiatica per avvertire la differenza abissale tra quello che si mangia al Su Garden e quello che si fagocita negli altri posti. Basta avere un palato medio per sentire i sapori degli ingredienti freschissimi e non congelati, dei piatti cucinati al momento e non riscaldati nel microonde, delle combinazioni originali, delle spezie vere e delle proposte non standardizzate per lo italico gusto.
Quando ci sono andato, per un pranzo con Ladyzilla, ho preso:
Zuppa Agropiccante.
Un trionfo. Un piatto difficile e molto complesso per le papille gustative. Il sapore cambia ogni otto secondi, passando dall’agro, al piccante, al dolce al piccantissimo. Quanto piccante? Da goccioline sulla fronte. Temperatura lavica, una zuppa che ti farebbe passare l’influenza. Ne avrei mangiate due.
Tagliatelle saltate Phai Thai.
Il piatto forte del locale, e con ragione. Fettuccine di riso fatte a mano con verdurine fresche, pollo, gamberetti e condimento piccantino. Attenzione per gli allergici: ci sono degli anacardi tritati sopra.
Spettacolare, per il gusto e la freschezza del piatto.
Pollo: ci ha pensato lui.
Volevo un altro piatto, ma il cameriere mi ha detto che mancava uno degli ingredienti e il cuoco non lo poteva fare. Ecco. Se in un ristorante ti dicono così, soprattutto se sul menù non ci sono settanta piatti diversi, significa che non hanno il congelatore pieno di roba che scaldano quando serve.
Mi ha portato un pollo saltato con pak choi e altre verdure. Il pollo era stato marinato ed era morbidosissimo.
Taro alla piastra.
Il Taro è tipo una patata. L’avevo assaggiato in versione dolce, nel bubble tea. Fatto alla piastra è altrettanto buono, sembrano delle crocchette, impanate e ripassate alla piastra, con dentro un purè di Taro.
Abbiamo speso un po', se vuoi sapere quanto, il menù on line del ristorante ha i prezzi. Cosa rara per il webbe italiano che merita un applauso, a parer mio.
Ricapitolando:
Locale consigliato per quando ci si vuole trattare bene e mangiare ancora meglio.


Su Garden
Via Carlo Tenca, 12
20124 - Milano (Mi)
http://www.sugarden.it